Il viaggio di ritorno? È più breve di quello di andata (o così sembra)

Il viaggio di ritorno vi sembra terribilmente più breve di quello di andata? Probabilmente non state avvertendo una sensazione rara. Anzi, si tratta di un’impressione molto comune, sulla quale ora uno studio pubblicato su Plos One cerca di fare il punto, grazie all’opera di ricerca e di analisi di Ryosuke Ozawa della Kyoto University e della sua equipe.

Per poter dimostrare in che modo si viene a formare tale impressione i ricercatori hanno coinvolto nella sperimentazione un gruppo di 20 ragazzi ai quali hanno fatto vedere dei video registrati durante una camminata. I video erano differenti tra di loro, ma erano comunque accomunati nella durata e nelle distanze: in particolare, in un video si mostrava un percorso, in un altro video quello contrario, e nel terzo un altro ancora, ma completamente diverso dai primi due (pur sempre equivalente per quanto concerne la durata e la distanza).

Ogni partecipante all’esperimento è stato coinvolto nella visione di due soli video: metà del gruppo solo i primi due, l’altra parte solo il secondo ed il terzo (pertanto, rispettivamente, un viaggio di andata e uno di ritorno o due viaggi di andata). Ancora, prima della visione dei video ai partecipanti era stato domandato di osservare una mappa del percorso che avrebbero poi visto nei video: il team di ricercatori ha infine domandato agli stessi partecipanti di stimare la lunghezza dei percorsi sia durante la visione della clip che dopo, domandando poi alle “cavie” di indicare quale dei percorsi fosse sembrato più lungo rispetto all’altro.

A margine dell’osservazione, gli scienziati hanno scoperto che solamente i partecipanti che hanno visto i primi due video percepivano il secondo viaggio come più breve del primo. Tuttavia, questo effetto del viaggio di ritorno compariva solamente in un momento successivo, riflettendo sulla lunghezza del percorso.

Insomma, dati alla mano, stando alle valutazioni effettuate nello studio, l’ effetto “del viaggio di ritorno” non sembra essere in grado di influenzare il meccanismo di percezione del tempo quanto, piuttosto, le nostre sensazioni del tempo, ma considerato in modo retrospettivo. In altri termini, si tratterebbe di un processo che si basa sulla memoria e sul ricordo, e che pertanto sarebbe “normale” sperimentare ogni qual volta si compie un viaggio di andata e di ritorno.

E voi che ne pensate? Anche la vostra esperienza sembra confortare questa rilevazione in ambito analitico?

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